INFOGRAFICA E DINTORNI

INFORMATION GRAPHICS E COMUNICAZIONE VISIVA

I nuovi paesi Brics e la strategia del controllo marittimo

L’avvenimento più rilevante a Johannesburg è stato l'ingresso programmato dei sei nuovi paesi scelti nel folto gruppo di quelli che già avevano fatto domanda e legati dall'opposizione comune al sistema finanziario occidentale. 
I fondatori Brasile Russia India Cina Sudafrica hanno trovato un accordo su alcuni paesi molto diversi tra loro, ma con un grande fattore in comune: il mare. Sono tutti affacciati o limitrofi al mare e posizionati strategicamente sui principali "Choke Points” o Stretti marittimi, da dove transitano i commerci marittimi globali, perché da sempre chi controlla gli Stretti ed i canali, controlla gli scambi commerciali e gli equilibri dell’economia mondiale.
 

Per capire la motivazione della scelta basta vedere l’infografica e la posizione dei primi sei paesi in entrata Egitto, Eiopia, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Iran e Argentina. Due in Africa, tre nel quadrante mediorientale e uno in Sud America. Il gruppo indubbiamente rappresenta una potente alleanza di economie emergenti con un notevole peso globale. Per quanto riguarda gli altri ingressi verranno convalidati nel 2024 al prossimo vertice a Kazan, la capitale russa del Tatarstan in Russia.

La strategia Brics dei Choke Points, l'infografica dei nuovi Brics e degli Stretti. Infograficapisano ©RIPRODUZIONE RISERVATA 

LA TALASSOCRAZIA E IL BLOCCO ANTI-OCCIDENTALE

Il più recente impero marittimo fu quello britannico con dominio militare e commerciale che diede il via ad una certa forma di globalizzazione. Oggi chi governa in maniera imperialistica le rotte del mare, sono gli Stati Uniti la Gran Bretagna e gli alleati, soprattutto grazie alla loro potenza militare e alla capacità politica di intervenire in maniera decisiva in questo delicato gioco di equilibrio. Tutto si poggia su storici percorsi navali, su Stretti e canali, mantenuti aperti e disponibile a tutti. L’ingresso nei Brics dei paesi affacciati sul mare e che mirano a far parte di un nuovo ordine multipolare, potrebbero accelerare la fine di un vecchio equilibrio e contribuire a disegnare un nuovo scenario del commercio che potrebbe rappresentare il capolinea della globalizzazione come la conosciamo oggi.


IL COMMERCIO MARITTIMO GLOBALE

L'80% degli scambi commerciali globali è di tipo marittimo e le tratte più importanti passano attraverso 6 Stretti maggiori. Questi punti di strozzatura sono passaggi strategici che collegano tra loro aree marine e registrano per la loro posizione ottimale elevati volumi di traffico navale. Sono anche considerati zone d’acqua critiche per molti fattori, quello strutturale per la loro conformazione, quello geopolitico perché aree vulnerabili a interruzioni o chiusure conseguenti a disordini politici e anche a rischio attacco delle piraterie che imperversano in quelle acque. 


GLI STRETTI PRIMARI, I PIÙ TRAFFICATI DALLE NAVI MERCANTILI

Malacca tra Malesia e Indonesia che collega il Pacifico e l'Indiano

Hormuz tra Oman e Iran che collega il Golfo Persico al Golfo di Oman

Bab el-Mandeb tra Yemen e Gibuti la porta d'ingresso del Mar Rosso

Suez in Egitto che collega il Mar Rosso al Mar Mediterraneo l'Africa e il Medioriente

Gibilterra tra Spagna e Marocco che collega il Mediterraneo all’Atlantico e al Mare del Nord

Panama nel cuore dell'America Centrale e collega l’Atlantico al Pacifico

Gli altri stretti minori e di tipo regionale

Il Bosforo ed il Dardanelli, entrambi situati in Turchia e determinanti per l’economia e la geopolitica della regione del Mar Nero. Lo Stretto di Sicilia, o canale Canale di Sicilia, situato tra Italia e Tunisia centrale nel traffico interno al Mar Mediterraneo.


LO STRETTO DI MALACCA

L’Indonesia delusa per il mancato ingresso nel primo blocco, resta in corsa. 

Lo Stretto è tra l’isola indonesiana di Sumatra e la Malesia ed è uno dei corsi d’acqua più critici dell’Asia. Fa da collegamento tra Cina, India e Sud-Est Asiatico, forse lo snodo più importante in assoluto per il traffico marittimo mondiale. Unisce l'Indiano al Pacifico e permette il passaggio attraverso il Mar delle Andamane al contestato Mar Cinese Meridionale, che è area d’influenza tra paesi antagonisti come Cina, Vietnam e Filippine e tutti affacciati su questo mare. Nel punto più piccolo è meno dello Stretto di Messina in Italia e, con una movimentazione di 37,3 milioni di container all'anno, registra un enorme rischio di collisione in navigazione per le 130 mila navi. La pericolosità del canale è data anche dall'assalto delle navi dei pirati che infestano da sempre le acque della Malesia.

Il porto di Singapore. La città-stato insulare di Singapore con il suo porto fu creata come un polo business regionale da Lee Kuan Yew che ottenne l’indipendenza dalla Malesia nel 1965. Oggi è diventato un ambiente imprenditoriale competitivo per le aziende che operano in Asia e che la posiziona al terzo posto nella lista dei centri finanziari globali dopo New York e Londra (Dati Gfci il Global Financial Centres Index l'Indice della competitività e influenza dei centri finanziari mondiali ). Si trova all’estremità meridionale della penisola malese e in una posizione strategica rispetto del ricco mercato della ASEAN l’organizzazione politica, economica e culturale di nazioni del sud-est asiatico che oggi conta 10 paesi  (Brunei, Cambogia, Filippine, Indonesia, Laos, Malaysia, Myanmar, Singapore, Thailandia e Vietnam) ed è la porta d’ingresso la regione Asia-Pacifico e verso la Cina. Il suo porto è primo al mondo per trasbordo, il più trafficato in termini di tonnellaggio marittimo e il secondo più grande dopo il porto cinese di Shanghai e punta a diventare l’hub crocieristico dell’Asia con strutture avveniristiche e che nel 2022 ha accolto 1,2 milioni di crocieristi. Nell'area Kuwait e Bahrein in attesa d’ingresso e interessati Pakistan e Afghanistan.

Base americana. Singapore, oltre ad aver ordinato 6 navi da combattimento alla Saab, ha autorizzato gli Stati Uniti a posizionare nella base di Changi quattro navi militari specializzate nel combattimento litoraneo e grazie a questa operazione la forza navale americana può controllare meglio l’accesso allo Stretto di Malacca, e gli Stati Uniti hanno un forte interesse a mantenere il controllo del passaggio.


Il porto della città-stato di Singapore il secondo mondiale per volume di scambio tra Malesia e Indonesia

LO STRETTO DI HORMUZ

L’Arabia Saudita, l’Iran e gli Emirati Arabi Uniti ricchi paesi petroliferi dell'Opec. 

Con il loro ingresso di fatto vengono blindati i 60 km più importanti del mondo per il traffico di idrocarburi e cioè lo Stretto di Hormuz. Controllato principalmente dall'Iran, è il passaggio marittimo tra il Golfo Persico e Golfo di Oman che sfocia nel Mar Arabico. Il primo snodo cruciale per i combustibili diretti in Europa e nel Nord America. Con 21 milioni di barili al giorno è la rotta dei principali paesi esportatori di petrolio e in passato, come area critica, fu teatro di attacchi a petroliere e navi commerciali durante il conflitto Iran-Iraq.

Arabia Saudita-Iran-EAU. La recente pacificazione dell’area grazie alla mediazione cinese tra storici nemici come l’Arabia Saudita e l’Iran ha sconvolto il gioco delle vecchie alleanze e, soprattutto con la pacificazione in corso nell'area medio orientale e soprattutto nello Yemen, anche i potentissimi Emirati Arabi Uniti partecipano a questo passaggio storico. Arabia Saudita, Iran e EAU paesi dell’Opec e che insieme producono il 20% del petrolio mondiale dominano di fatto l’area dello Stretto di Hormuz punto chiave per il prezioso traffico internazionale di petrolio e gas. Nel Golfo Persico Kuwait paese Opec e Bahrein in attesa d’ingresso forse al prossimo vertice a Kazan, la capitale russa del Tatarstan in Russia nel 2024 e interessati anche Pakistan e Afghanistan.

Basi americane nell'area. Gli Emirati Arabi Uniti ospitano circa 2 mila militari nella base di Al Dhafra a Abu Dhabi dove sono presenti Caccia F-35 e sistemi di difesa aerea Patriot. Nel Qatar a Al Udeid c’è una delle basi militari più grandi di tutto il Medio Oriente con 11 mila militari, sede del Combined Joint Interagency TaskForce-Syria e del 379 Air Expeditionary Wing.  Nel Kuwait la base di Camp Doha e nel Bahrein la base Mina Salman è condivisa tra Usa e Gran Bretagna ed è da supporto alla Quinta Flotta ed entrambi i paesi hanno fatto richiesta d’ingresso nei Brics. 


Lo Stretto di Hormuz il passaggio tra la Penisola Arabica e l'Iran

LO STRETTO BAB EL MANDEB 

Etiopia e Egitto sono i due primi nuovi paesi africani ad entrare nei Brics.

Bab el Mandeb è tra la penisola arabica, lo Yemen e il Corno d'Africa e dalle due parti del canale la situazione è sempre stata molto instabile con una guerra in corso, ma che oggi risente positivamente di una stabilizzazione dello Yemen voluta dai sauditi e dagli iraniani. Lo Stretto è molto trafficato per il petrolio e il gas naturale tra l’Africa, il Medio Oriente e il Mediterraneo ed è la porta d'ingresso al Mar Rosso che finisce con lo Stretto di Suez. Da questa strettoia passa circa il 20% del traffico marittimo globale, con 20 mila navi all'anno e 4,7 milioni di barili di combustibili. Noto percorso di mare pericoloso anche per gli attacchi di navi pirata soprattutto somale.

L’Etiopia e Gibuti e la grande ferrovia. L'Etiopia è uno dei paesi più popolosi dell'Africa con un alto tasso di natalità, in crisi economica con un forte debito con il FMI, il secondo paese africano debitore verso la Cina. Confina con il piccolo paese che si affaccia sullo Stretto: Gibuti. Dal 2018 ha costruito una ferrovia di 756 chilometri Ethio-Gibuti che parte dalla capitale Addis Abeba e termina direttamente nel porto di Gibuti, ed è ad oggi il primo grande progetto ferroviario elettrificato di tutta l' Africa, gestito dalla joint venture di China civil engineering construction corporation (Ccecc) sotto China railway construction corporation (Crcc) e China railway group (Crec). Questa ferrovia ha un ruolo fondamentale per lo sviluppo socio-economico dei due paesi, lo dimostrano i numeri della prima metà del 2023 con un +76% rispetto all’anno precedente, con trasporto oltre che di passeggeri anche di merci, con strutture refrigerate per i prodotti deperibili dal Porto di Gibuti verso l'interno e ha fornito vantaggi epocali non solo agli etiopi ma anche e ai paesi africani limitrofi. Tra l'Egitto e l'Etiopia in attesa di accedere al gruppo Brics c'è il Sudan, con una sanguinosa guerra civile in corso  che nel proprio porto a Bur Sudan vedrebbe, secondo trattative in corso con la Russia e osteggiate dagli Usa,  la costruzione della prima base navale russa in Africa.


IL CASO GIBUTI-IL CAVALLO DI TROIA DELL’AFRICA

Gibuti e le basi militari internazionali. Con quasi un milione di abitanti accoglie oltre 7 mila soldati stranieri in decine di basi militari che pagano un affitto al governo e che rappresenta il 3% del Pil nazionale. Decine di eserciti internazionali con la missione di tutelare i rispettivi interessi delle merci in transito.  AMERICANI sono 4 mila della Task Force Horn of Africa, con unità d'intelligence, bombardieri F15E, droni Predator e Reaper e pagano 56 milioni di euro/anno; CINESI sono 1.500 nell'unica base fuori dal territorio cinese e tutelano il passaggio del greggio sudanese e nordafricano, pagano 17 milioni di euro/anno ; FRANCESI sono 1.500 della Forces Francaises Djibouti (Ffdj); NIPPONICI sono 180 anche loro con la prima base militare fuori dal Giappone, pagano 5 milioni di euro/anno; ITALIANI sono in 90 con una base di supporto interforze in grado di ospitarne 300. ARABIA SAUDITA, GERMANIA, REGNO UNITO e SPAGNA si appoggiano alle basi militari esistenti dei paesi alleati, senza contare altri militari NATO. Un enorme esercito variegato col ruolo di “tutelare" gli interessi economici, anche con l’incognita di appartenere a paesi potenzialmente in contrasto tra loro, che creano tensione nell'area per l'alto rischio di intromissione politica e pressioni militari in contesti limitrofi come quelli del Medio Oriente o dell'Africa.


Lo Stretto di Bab El Mandeb tra Africa e Penisola Arabica la porta del Mar Rosso

LO STRETTO DI SUEZ

L’Egitto con 89 milioni di abitanti e in forte crisi economica e valutaria.

Lo Stretto è sul territorio egiziano ed è la via navigabile di 161 km che collega il Mar Rosso al Mar Mediterraneo e che riduce il viaggio tra Asia e Europa di 26 giorni sui 44 previsti evitando il Capo di Buona Speranza in Sudafrica. Nel canale il cui transito dura una media di 15 ore, si registrano 90 transiti giornalieri e le navi portacontainer navigano a circa un miglio nautico con una velocità di nove nodi, e soprattutto non hanno alternativa se vogliono essere competitive sul mercato. Lo Stretto di Suez, una delle vie d'acqua più importanti del mondo potrebbe, allontanandosi dal blocco occidentale a guida statunitense, allinearsi agli obiettivi e alle politiche del gruppo dei Brics e ha già indicato che pagherà nelle rispettive valute le importazioni da Cina, India e Russia uscendo dal dollaro.

L’Egitto. Dipendente dal grano russo/ucraino all’86% (dato 2020), nonostante abbia acquistato anche dagli Emirati Arabi Uniti, dalla Serbia e dalla Romania. Si ritrova in piena crisi economica valutaria e alimentare con l'inflazione al 21,9%. È un forte debitore del Fondo Monetario Internazionale, con la moneta precipitata del 50% sul $ e il Cairo a dicembre ha ottenuto un nuovo prestito dal FMI a fronte di richieste di politiche monetarie volte a ridurre l’inflazione. Questa adesione ai Brics mira ad allentare la crisi e ridurre il debito accedendo ai prestiti della banca del gruppo la New Development Bank (NDB) oltre che rafforzare i propri legami commerciali ed economici con i Paesi che ne fanno parte. L’ingresso di Egitto ed Etiopia potrebbe risolvere anche una lunga disputa della Grande Diga del Rinascimento sul Nilo Azzurro che attraversa anche il Sudan.


Il Canale di Suez il passaggio tra Africa e Medio Oriente unisce il Mar Rosso e il Mar Mediterraneo

ALTRI IMPORTANTI STRETTI MONDIALI

LO STRETTO DI GIBILTERRA. 

In lista d'attesa per ingresso nei Brics il gigante energetico l'Algeria e la Tunisia. 

Tra Europa Spagna e Africa Marocco, lo Stretto è determinante nel traffico Europa/Atlantico e Asia/Nord Europa ed è controllato attraverso il promontorio chiamato Rocca di Gibilterra e che appartiene alla Gran Bretagna. Ogni anno circa 13 mila navi mercantili transitano, circa 35 al giorno in due direzioni, escluso il volume di traffico dei traghetti, cosa che lo rende uno dei tratti di mare più trafficati del Mediterraneo. Il principale porto del Mediterraneo è Tanger Med in Marocco con un movimento di 7,6 milioni di TEU nel 2022 con un +5,6% rispetto al 2021. Dopo la Brexit Gibilterra segna la frontiera dell’Unione Europea ed ancora considerato territorio esterno della Gran Bretagna uno dei tanti territori d’oltremare, dove i britannici decidono la politica estera, le relazioni esterne e le negoziazioni diplomatiche sono condotte direttamente dai rappresentanti del Foreign Office. Le trattative tra Londra, Bruxelles e Madrid non hanno a 7 anni dal referendum portato a nessuno risultato. Da oltre 300 anni Madrid prova a recuperare questo avamposto ma la resistenza la fanno anche i residenti come espresso in un referendum nel 2016. Dal 1713 infatti la Royal Navy installatasi nella Rocca controlla il commercio inglese nella regione e le tratte percorse da tutti i paesi dall’Atlantico al Mediterraneo oltre e fungere oggi da punto d’appoggio per le navi della Nato e della Sesta Flotta Usa e delle unità da guerra americane che sono libere di accedere alle strutture militari grazie al rapporto privilegiato anglo-americano. Per gli inglesi Gibilterra è rimasta l'ultima proiezione nel Mar Mediterraneo e resta fondamentale per Washington. Con la richiesta di ingresso nei Brics dell'Algeria membro Opec e Tunisia i rapporti di forza sul commercio marittimo e di influenza nell’area potrebbero mutare.


Lo Stretto di Gibilterra tra Africa e Europa che unisce il Mediterraneo e l'Atlantico

LO STRETTO DI PANAMA

Brasile e Argentina, nel 2024, paesi Brics nell’area. Hanno fatto richiesta Bolivia, Cuba, Honduras, Venezuela e interessati Messico, Nicaragua.

 È un canale artificiale di acqua dolce piovana e proveniente dalle foreste pluviali, una “scorciatoia” di vitale importanza, di circa 80 km di 3 chiuse con 6 conche, che permette alle navi di superare in 8/10 ore un dislivello totale di 26 m e navigare tra gli oceani Pacifico e Atlantico risparmiando 8 mila miglia nautiche da una costa all’altra degli Usa con meno di 21 giorni di viaggio. Nel 2022 ha registrato 14.239 transiti + 6,7% in più rispetto all’anno precedente, circa il 3% dell'intero traffico marittimo mondiale e gli Stati Uniti che incidono al 73% sul traffico annuale, hanno svolto un ruolo determinante nella costruzione e nell’amministrazione del canale hanno l’affitto perpetuo dello stretto.


I PORTI PIÙ TRAFFICATI E LE NAVI CONTAINER

Nella classifica mondiale del 2023 dei primi 30 porti container 11 sono in Cina.

Oltre agli Stretti essenziali sono i porti, in particolare quelli più trafficati del mondo, per la loro capacità di controllare il flusso di merci in entrata e in uscita, che fungono da partenza e destinazione finale con ampi punti di trasbordo.

 

La forza economica della Cina e dell’Oriente la si può dedurre dal numero di porti nella classifica mondiale Alphaliner 2023. I porti su trenta undici sono cinesi, tre americani Los Angeles/Long Beach, New York/Newark, Savannah, tre europei Rotterdam, Antwerp-Bruges, Amburgo, uno nel Mediterraneo Tanger Med in Marocco, uno in Medio Oriente Dubai/Jebel all, gli altri tutti in Oriente.


Nella Top Ten al primo posto il colossale porto container di Shanghai con un volume di 47,3 milioni di TEU nel 2022 +0,5%, segue Singapore (nello Stretto di Malacca) con 37,3 milioni di TEU -0,5%, seguono con % di volume rispetto al 2021 Ningbo-Zhoushan +6,8%, Shenzhen +4,3%, Qingdao +7,6%, Guangzhou +1,7%, Busan  (Corea del Sud) -2,9%, Tianjin +3,7%, Los Angeles/Long Beach (Stati Uniti) con 19,0 milioni di TEU -5,3%, e Hon Kong -7,0%. 


Il numero delle navi utilizzate è in continuo aumento con un totale di circa 100 mila imbarcazioni con stazza lorda maggiore di 100 tonnellate. La maggioranza dei container movimentati dalle grandi navi oceaniche sono strutture da 6 mt in lunghezza con portata 25 tonnellate (1 TEU) e da 12 mt di lunghezza (2 TEU), negli ultimi decenni l’utilizzo dei container è sempre aumentato e la “stazza" delle navi commerciali è stata resa compatibile con la necessità di attraversare proprio i canali e gli Stretti marittimi.


Il primo porto al mondo il gigantesco Porto di Shanghai in Cina. Foto Ji Haixin for China Daily

Information Graphics. Blogger Bruna Pisano per INFOGRAFICA E DINTORNI/infograficapisano.blogspot.com./@brunapisano_visual 
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La sfida dei 15 nel mercato globale dell'auto elettrica

L'ANNO DEI RECORD DI PRODUZIONE DELLE AUTO ELETTRICHE 

Il 2022 con la produzione di 10,3 milioni di veicoli elettrici è stato un anno record, con un aumento di 6,7 milioni rispetto all'anno precedente con una produzione mondiale concentrata all'80% nelle mani di 15 marche automobilistiche. 

LA BYD REGINA CINESE DEL MERCATO DELL'ELETTRICO


Nel 2021 la produzione della BYD, la casa automobilistica di Shenzhen, si era attestata a 598.019 auto, nel 2022 con 1.858.364 ha più che triplicato la produzione mettendo a segno il record di un +211% polverizzando di fatto la texana Tesla di Elon Musk, che con 1.314.319 auto prodotte nel 2022, ferma la performance a un modesto +40% rispetto al 2021. Ma il record è di tutto il blocco delle case automobilistiche Made in China che cresce in maniera esplosiva nel 2022, basta vedere i numeri della GEELY Auto Group che con un +251% segna la crescita di produzione mondiale più alta. Nel 2022 la somma delle percentuali di crescita delle case cinesi si attesta ad un +870% rispetto alla somma delle percentuali di crescita della case americane Tesla, GM e Stellantis che si ferma a un +87%.


Nell'infografica sono stati presi in esame ed elaborati i dati della produzione mondiale dei veicoli elettrici per visualizzare la classifica dei primi 15 marchi in base alla produzione 2022 e le % di crescita rispetto all'anno precedente

La sfida delle auto elettriche. Infograficapisano©RIPRODUZIONE RISERVATA
BYD Auto. Con la performance eccezionale del 2022 la casa automobilistica cinese è il leader mondiale della produzione di veicoli elettrici, con questi numeri sarà la prima casa automobilistica al mondo a produrre oltre 2 milioni di veicoli elettrici in un anno. Nel 2023 la società in espansione sta pianificando l'assalto al mercato europeo con tre nuovi modelli, e dove prevede di costruire nuove fabbriche e partnership per evitare i dazi dell'UE sulle importazioni di auto cinesi. Restando nel mercato asiatico attualmente ha in corso di costruzione una fabbrica in Thailandia per produrre modelli di auto elettriche con guida a destra per mercati in Australia, Nuova Zelanda e Regno Unito e la nella stessa Thailandia. Nella nuova fabbrica a 160 km a sud-est di Bangkok, che dovrebbe iniziare l'operatività nel 2024, è prevista la produzione di 150 mila auto all'anno con l'obiettivo di assumere una posizione dominante sul mercato automobilistico. Il nuovo impianto fa parte di una più ampia partecipazione in Thailandia che dovrebbe diventare un hub di produzione di veicoli elettrici in tutta l'Asia. Se nel mercato interno cinese ci sono segnali di rallentamento risultano in crescita in nuovi mercati come quello australiano, dove la BYD sta lavorando per raggiungere il traguardo delle 10 mila consegne entro il 2023 con migliaia di ordini in sospeso ancora da consegnare e con una domanda in crescita di veicoli elettrici a prezzi accessibili come il modello Suv Atto 3 versione Hatchback con Batteria da 60KWh, 204 CV e autonomia di 427 km destinato anche al mercato europeo.

La Cina forte del suo ruolo di maggior produttore mondiale, è di gran lunga il più grande mercato di veicoli elettrici, con quasi 580 mila veicoli esportati ha raggiunto nel 2022 il 59% delle vendite globali e ha aumentato le vendite su base annua di un +82%.
Nel 2022 il record assoluto della produzione delle case automobilistiche cinesi
Tesla. L'azienda texana di Elon Musk ha aumentato la sua produzione di un modesto 40% nel 2022, rimanendo però davanti ai marchi occidentali concorrenti come il gruppo tedesco Volkswagen fermo a un +10% e la società GM la General Motors Corporation di Detroit, produttrice di marchi Cadillac, Chevrolet, GM Korea, GMC, e Buick che ha registrato nel 2022 un +13%, ma restando comunque molto indietro ai suoi rivali cinesi, come per esempio la Geely Auto Group che ha registrato una crescita record di un +251%. Non è chiaro se questi marchi cinesi potranno mantenere nel tempo le loro cifre di crescita eccezionali, ma una cosa è chiara che la Musk sta affrontando una concorrenza sul mercato delle auto elettriche assolutamente spietata. La società di Austin punta a una produzione annuale di 20 milioni di auto entro il 2030, il che significa che dovrà mantenere dei tassi di crescita annui a due cifre per il resto del decennio, e per supportare questa iniziativa sta progettando una fabbrica multimiliardaria Gigafactory in Messico a Santa Catarina, una città nello stato messicano nord-orientale di Nuevo Leon, che creerà da 5.000 a 6.000 posti di lavoro e attirerà un flusso di investimenti fino a 5 miliardi di dollari e in grado di produrre un milione di modelli di auto elettriche all'anno.  

Tesla con un ampio margine guida le vendite globali di modelli BEV, che sono le auto con tecnologia Battery Electric Vehicle alimentate da un motore elettrico a batteria, senza l'utilizzo di combustibili fossili, con una quota del 17% di tutta questa tipologia venduta in tutto il mondo.

Una performance sotto le attese per la Tesla la casa automobilistica di Musk, che cerca il rilancio in Messico
Stellantis. Il Gruppo ha avuto una crescita di produzione del +34% rispetto al 2021. Stellantis è una fusione tra i gruppi Fiat, Chrysler Automobiles e PSA il colosso francese Peugeot, Citroën, DS, Opel e Vauxhall Motors, con sede legale ad Amsterdam e operativa a Hoofddorp. La casa automobilistica multinazionale punta a offrire 75 modelli BEV nei suoi 14 brand entro il 2030. Il gruppo ha siti produttivi, di proprietà o in joint venture, in 29 Paesi tra Europa, America, Africa e Asia.  

Nel 2022 ha guadagnato quote nel settore dei veicoli elettrici in Europa e negli Stati Uniti e anche una piccola presenza in Cina dove però, vista la concorrenza spietata dei cinesi, non ha potuto partecipare all'elevata crescita locale.

Hyundai Motor Company
di Seoul, che possiede anche Kia, ha registrato un +42% un tasso di crescita simile alla Tesla. Con la Hyundai Ioniq nel 2016 è stata la prima casa automobilistica al mondo a costruire un veicolo elettrico. Con il disegno di legge americano l'Inflazion Reduction Act, il piano di spesa in sussidi solo per le imprese USA e che ha anche revocato i crediti d'imposta sui veicoli elettrici non prodotti negli Stati Uniti, anche la Corea del Sud, che ha in costruzione uno stabilimento di 5,5 miliardi di dollari in Georgia e che sarà operativo solo nel 2025, come altri Paesi hanno disapprovato il provvedimento e sono corsi ai ripari. Anche il governo coreano ha varato un nuovo piano di sovvenzioni per i veicoli elettrici che favorisce la Hyundai a discapito di altre marche soprattutto l'americana Tesla, deciso proprio per bilanciare le discrepanze create dalla legge sul credito d'imposta degli Stati Uniti e difendersi dai piani di sovvenzione della Cina.  

Questo Piano di riforma dei sussidi per i veicoli elettrici del 2023 del Ministero dell'Ambiente coreano, prevede che il governo fornirà sussidi per i veicoli elettrici in modo diversificato in base ai livelli di prestazioni del veicolo, all'infrastruttura del servizio post-vendita e alla densità di energia della batteria.

Il boom di vendite nei mercati del sud del mondo con un +223% dell'India
LE VENDITE SU BASE ANNUA PER AREE GEOGRAFICHE
Nel 2022 sono stati consegnati in totale 10,5 milioni di nuovi veicoli elettrici di cui BEV 73% e PHEV 27%, con un aumento del +55% rispetto al 2021. Suddiviso: in Europa 2,683 milioni di veicoli venduti con un +15% a causa dei deboli mercati complessivi dei veicoli e soprattutto dalla persistente carenza di componenti che hanno avuto un effetto negativo aggravato dalla guerra in Ucraina; negli Stati Uniti e in Canada con 1,108 milioni sono aumentate del +48% rispetto al 2021; in Cina 6,181 milioni con un +82% rispetto al 2021 e altri mercati con 551 mila un +89% di crescita. In forte ascesa le  vendite auto nelle economie in via di sviluppo, in particolare l'India e i paesi dell'ASEAN, Brunei, Cambogia, Filippine, Indonesia, Laos, Malaysia, Myanmar, Singapore, Thailandia, Vietnam con numeri straordinari. 

I mercati più in crescita sono stati l'Indonesia da 1.000 a 10.000, il boom  dell'India con +223% a 50.000, quasi tutti i BEV,  la Nuova Zelanda +151% a 23.000 per una quota di mercato del 20% confermando che l'offerta e l'adozione di veicoli elettrici si sta diffondendo rapidamente molto di più nel sud del mondo che altrove. 

In Italia i veicoli elettrici sono in ritardo rispetto ad altri mercati europei. Solo dal 2015 il mercato inizia a decollare con un record di 842 unità tipo PEV, raddoppiando le vendite anno per anno. Il governo italiano offre vari incentivi finanziari per l'acquisto di veicoli a basse emissioni di carbonio che possono variare in base alla regione e sono per lo più diretti ad aziende/organizzazioni con distanze medie di guida elevate.  

I regimi di sostegno includono carburanti alternativi, riducendo così il vantaggio dell'acquisto di un veicolo a emissioni zero. I veicoli elettrici puri continuano a dominare la preferenza italiana, con oltre l'85% di tutti i veicoli plug-in.

REALTÀ E PREVISIONI DEL MERCATO ELETTRICO

Resta altissima la quota di mercato dei veicoli ICE, Internal Combustion Engine, nel 2022 è del 76,8% ed è scesa di un -7% rispetto al 2021. A livello globale per l'intero anno 2023, si stima che le vendite di auto elettriche arriveranno a 14,3 milioni con una crescita del +36% rispetto al 2022 e soprattutto a propulsione esclusivamente elettrica BEV che raggiungeranno 11 milioni e gli ibridi plug-in PHEV 3,3 milioni di unità. 

BEV Battery Electric Vehicle, sono alimentate da un motore elettrico a batteria, senza l'utilizzo di combustibili fossili.

PHEV Plug In Hybrid, si utilizza il solo motore elettrico quando si accende la vettura e si guida alle basse velocità, fino all'esaurimento della carica della batteria al litio. Il motore termico, invece, entra in funzione quanto la batteria è scarica o alle velocità più elevate

ICE-Internal Combustion Engine, sono le auto a benzina, diesel, metano e GPL, quindi tutte le vetture con motore a combustione interna, o motore endotermico, di tutti i tipi.

Tesla guida le vendite globali delle BEV le totalmente elettriche
Fonte dati EV-volumes.com; brunapisano_visual; infograficapisano©RIPRODUZIONE RISERVATA

I cinque super Big dell'energia atomica mondiale

I cinque Big dell'energia atomica globale sono nell'ordine Stati Uniti, Cina, Francia, Russia e Corea del Sud e sono i maggiori produttori di energia dalla fissione nucleare e hanno generato nel 2021 il 71% di tutta l’elettricità prodotta nel mondo.

Negli anni ’70 entrò in vigore un trattato per gestire i programmi nucleari rivolto a quei Paesi a cui era garantito l’accesso alla tecnologia nucleare. Era il "Trattato di non proliferazione delle armi nucleari, NPT" e i Paesi interessati erano Cina, Francia, Russia (URSS) Regno Unito e Stati Uniti. Nel Trattato si stabilisce tra l’altro che: “Nessuna disposizione del presente trattato deve essere interpretata in modo da pregiudicare il diritto inalienabile di tutte le parti del trattato di sviluppare la ricerca, la produzione e l'uso dell'energia nucleare per scopi pacifici senza discriminazioni”. 

Nell'infografica la panoramica dei Paesi che oggi utilizzano la fissione dell'atomo per produrre elettricità

I cinque Big dell'energia atomica. Tutte le centrali nucleari operative. Infograficapisano©RIPRODUZIONE RISERVATA

OGGI NEL MONDO. Cinquant’anni dopo quel Trattato nel mondo sono diventati 33 i Paesi che gestiscono la fissione nucleare di cui 17 con programmi di costruzione di nuovi reattori attivi. In totale i reattori esistenti ad oggi sono 798 di cui 409 operativi per la produzione di elettricità globale, 58 in costruzione, 92 abbandonati, 28 inattivi da lungo termine e 212 chiusi. La quota del 2021 dell'energia nucleare nella produzione globale di elettricità commerciale lorda è al 9,8%, il valore più basso degli ultimi 40 anni. L’età media dei reattori mondiali oggi è di 31,2 anni.  

NELL'UNIONE EUROPEA. I reattori esistenti nella UE sono 204 di cui 100 operativi, 2 in costruzione, 25 abbandonati e 77 chiusi. La quota di energia prodotta di elettricità è di 25,3% e il consumo di energia nucleare primaria rispetto al 2020 è aumentato del 6,7%, principalmente a causa dell'aumento della produzione in Belgio e Francia. I reattori più vecchi sono in Europa con una media di 37 anni di età, il più vecchio in Olanda con 49,7 anni. La Francia con 69% è il Paese che dipende maggiormente al mondo dalla fissione nucleare per la produzione interna, segue la Slovacchia con 52,3% e il Belgio con 50,8%. Tre Paesi dell’Unione Europea Italia, Lituania e Germania hanno abbandonato negli anni i programmi nucleari.

LA CRESCITA DELLE RINNOVABILI. Nella Ue dal 2012 al 2021 mentre la produzione elettrica in TWh (miliardi di Kilovattora) fornita dal fossile e dal nucleare è in flessione dovuta anche alle sanzioni alla Russia, in crescita sono le rinnovabili con l’idroelettrico da 332 a 348 TWh, il vento da 187 a 387, le altre rinnovabili non idroelettriche da 139 a 174 e infine il solare da 70 a 159 TWh. 

I CINQUE BIG DELL'ATOMO

1) STATI UNITI. Con 93 reattori, gli Usa gestiscono di gran lunga la più grande flotta nucleare del mondo che ha fornito nel 2021 778,2 TWh con il 19,6% dell'elettricità prodotta al Paese. Il numero di reattori è in continua diminuzione, 41 nel tempo ne sono stati chiusi definitivamente e 42 cantieri di centrali abbandonati in fase di avanzamento, l'ultimo nel 2017 in South Carolina, il Summer-2 e -3. Ad oggi solo un'unità è in costruzione nello Stato della Georgia il Vogtle-4, iniziata dal 2013 con costi lievitati da 14 a 34 miliardi di dollari e una delle unità del progetto presumibilmente sarà operativa a fine 2023. Gli Stati Uniti con 41,9 anni hanno una delle più vecchie flotte di reattori esistenti.

2) CINA. La Cina ha 57 reattori operativi che hanno generato 383,2 TWh che costituiscono il 5% dell'elettricità prodotta nel Paese. Per ridurre il gap con gli Stati Uniti ha in costruzione altri 22 reattori che rappresentano quasi il 40% dei cantieri nucleari mondiali del 2023. La China National Nuclear Corporation (CNNC) ha annunciato l'inizio della costruzione del reattore Sanmen-4, il primo del mondo per il 2023 e la prima centrale di IV generazione con una tecnologia completamente innovativa che rende questa generazione di reattori rivoluzionari. La capacità netta combinata degli impianti operativi e di quelli in costruzione che dovrebbero entrare in funzione prima del 2026 è di 61 GW circa. La flotta nucleare che gestiscono i cinesi è di gran lunga la più giovane del mondo con una media di 9,5 anni di vecchiaia, con 41 reattori, quasi 4 su 5, collegati alla rete negli ultimi 10 anni. Dei 22 reattori in costruzione, di cui 6 iniziati nel 2021, 2 reattori sono forniti dalla russa Rosatom e la cui costruzione è iniziata dopo l'inizio della guerra contro l'Ucraina. 

Il reattore di Hualong One in Cina

I cinesi hanno anche l'ambizione di esportare centrali nucleari e i funzionari promuovono questo obiettivo con la previsione che incoraggerà la produzione industriale di attrezzature altamente sofisticate, ad oggi hanno esportato centrali nucleari in Pakistan e le 6 unità presenti sono di progettazione cinese. La China National Nuclear Corporation (CNNC) ha annunciato che la Cina mira a costruire 30 centrali nucleari all'estero entro il 2030. Oltre il nucleare il piano energetico cinese ha anche fissato un aumento dell’elettricità prodotta dalle rinnovabili non fossili dal 32,6% del 2021 al 39% nel 2025 che dovrebbe essere prodotte dalle installazioni di eolico e solare fotovoltaico collegate alla rete con piccole unità sotto i 300 MW che consentono di essere riavviate con breve preavviso per risolvere problemi di intermittenza.


3) FRANCIA. Ha 56 reattori operativi di età media di 37,8 anni che hanno prodotto 360,7 TWh e ha 1 solo reattore in costruzione dal 2007, il Flamanville-3 e nel tempo ne ha chiusi 14. Gli altri progetti nucleari francesi sono in Finlandia, Olkiluoto-3, connesso alla rete a marzo 2022, e nel Regno Unito, Hinkley-Point-C-1 e -2. Tutti questi progetti sono di design franco-tedesco e tutti sono in ritardo di anni e superano notevolmente le stime dei costi originali. Nel 2021, le centrali nucleari francesi hanno fornito il 69% dell'elettricità del Paese distante dalla quota nucleare del picco del 2005 del 78,3%, dando alla Francia il Paese in assoluto con più dipendenza dall'energia prodotta dalle centrali nucleari.

Dal 2020 al 2022 sono stati anni problematici per il settore nucleare francese a causa di perdite di 6 GW dovute a problemi strutturali come la scoperta di crepe nei sistemi di raffreddamento del nucleo di emergenza causando l’arresto dei 4 reattori più grandi e recenti di 1.450 MW. Nel 2022 altri reattori da 1.300 MW hanno presentato simili danni e in 12 sono stati spenti e si teme lo stesso problema su altre 32 unità da 900 MW. Sono previsti tempi lunghi di fabbricazione di pezzi di ricambio con le relative sostituzioni e l’ente EDF dovrà ispezionare tutti i 56 reattori entro il 2025. Il tutto in aggiunta a interruzioni per manutenzioni ordinarie che si sommano a riparazioni che mettono fuori uso la metà della flotta per la maggior parte dell’anno e quindi la normativa vigente prevede la chiusura di una decina di reattori fino al 2035 e la riduzione al 50% della quota nucleare nel power mix. In ritardo dal 2007 è in costruzione un reattore di 1630 MW Flamanville-3 con consegna nel 2024, altre ipotesi di reattori allo studio prevedono tempi lunghi fino al 2043.

La centrale di Flamanville-3 Aerial in costruzione © EDF

4) RUSSIA. Gestisce 37 reattori e ha 5 nuove centrali in costruzione di cui 3 iniziate dal 2018 al 2021. Nel tempo i russi hanno abbandonato la costruzione di 12 centrali e ne hanno chiuse 10 definitivamente. L’energia nucleare ha contribuito per il 20% al mix energetico del Paese con una produzione record di 208,5 TWh di elettricità. Tra il 2011 e il 2020 la Russia ha connesso alla rete 10 reattori, dopo un tempo medio di oltre 18 anni dall'inizio della costruzione. Nel 2022 Rosatom ha annunciato la cerimonia di posa della chiglia della prima unità nucleare galleggiante (NFPU) di tipo artico dotata di due reattori RITM-200C. La produzione delle chiatte è stata esternalizzata a una società di costruzioni navali in Cina.

La Russia è ad oggi il più grande esportatore di energia nucleare con 35 progetti in varie fasi di avanzamento in vari Paesi tra cui: 2 reattori a Rooppur in Bangladesh,  2 reattori a Ostrovets di cui uno completato in Bielorussia, 2 reattori a Tianwan e 2 nella provincia di Liaoning in Cina, 4 reattori a El Dabaa in Egitto, 2 reattori a Paks in Ungheria, 4 reattori a Kudankulam in India e  4 reattori ad Akkuyu in Turchia, 2 reattori in Slovacchia completati da un consorzio guidato dalla Repubblica Ceca. L'elenco comprendeva anche 1 reattore nucleare da costruire in Finlandia ma il progetto è stato annullato. È inoltre il fornitore di tecnologia di 20 dei 53 reattori in costruzione dal 2022 e il successo della spinta all'esportazione della Russia in un mercato di nicchia di progetti finanziati dagli Stati non è solo e principalmente la tecnologia, ma l'accesso a finanziamenti a basso costo che accompagna gli accordi. 

Le sanzioni economiche imposte alla Russia dall'Occidente hanno e continueranno ad avere un impatto sul settore nucleare. La vendita del combustibile nucleare, l'uranio, non è stata oggetto di sanzioni internazionali anche se alcuni paesi, come l'Ucraina, hanno annunciato una strategia di diversificazione per cessare totalmente l'uso del combustibile russo. Tuttavia, come nel caso dell'UE e del gas naturale, un certo numero di paesi dipende fortemente dall'uranio russo o dai suoi servizi di rifornimento. La Russia fornisce circa un terzo di tutti i servizi di conversione dell'uranio e il 40% dell'arricchimento a livello globale, inoltre, fornisce circa 1/5 dell'arricchimento ai reattori negli Stati Uniti. 

GettyImages-Akademik Lomonosov Lev Fedoseyev

5) COREA DEL SUD. La Repubblica di Corea, Corea del Sud, gestisce 25 reattori relativamente giovani di 22,9 anni di media, nel tempo ne ha chiusi 2, Kori-1 e Wolsong-1e, ne ha 3 in costruzione. La flotta nucleare di proprietà di Korea Hydro & Nuclear Power (KHNP), si trova concentrata nei siti di Hanbit, Hanul, Kori e Wolsong. Il numero medio di reattori per sito in Corea del Sud è il più alto al mondo e Kori con 7 reattori e 7.489 MW è la più grande centrale nucleare del mondo. L’energia nucleare che ha fornito la fissione nel 2021 è di 158 TWh fornendo il 28% dell'elettricità del paese. L’ipotesi della graduale eliminazione del nucleare entro il 2040 è sostenuta dalla maggioranza dei coreani soprattutto dopo l’incidente di Fukushima nel 2011 e il terremoto di Gyeongju nel 2016 non lontano dalle centrali nucleari che ha sollevato serie preoccupazioni per la sicurezza dei reattori nucleari coreani. La politica di eliminazione graduale del nucleare a lungo termine è stata recentemente bocciata dal governo anche se per fine servizio 10 centrali coreane sulle 25 operative sono in via di scadenza che sono Kori-2 che sarà chiuso a fine 2023, Kori-3 nel 2024, Tori-4 e Hanbit-1 nel 2025, Hanbit-2 e Wolsong -2 nel 2026, Hanul-1 e Wolsong-3 nel 2027, Hanul-2 nel 2028 e infine Wolsong-4 nel 2029 per un ammanco totale di 8.450 MW.

ALTRI PAESI CHE UTILIZZANO IL NUCLEARE

FINLANDIA. Gestisce 5 reattori di età media dei primi 4 reattori operativi di 43,3 anni. Dopo un'interruzione di 14 anni, la Finlandia è stato il primo paese dell'Unione europea a lanciare nel 2005 un nuovo progetto di costruzione nucleare Olkiluoto-3. Solo la Francia con Flamanville-3 e il Regno Unito con Hinkley-Point-C-1 e -2 da allora hanno iniziato a costruire nuove unità nell'ex UE a 28 Paesi. Tutti questi sono del design EPR franco-tedesco e sono tutti in ritardo di anni e con costi quadruplicati rispetto al costi originari.

4 reattori nucleari hanno fornito 22,9 TWh di elettricità in Finlandia e ha rappresentato il 32,8% del fabbisogno nazionale. Il quinto reattore EPR da 1,6 GW Olkiluoto-3 è stato collegato alla rete a marzo 2022, ma continua a lottare con problemi tecnici e non è ancora entrato nella normale generazione di energia. Fin dall'inizio infatti è stato afflitto da innumerevoli problemi di gestione e controllo qualità, come la difficoltà di eseguire il getto e la saldatura secondo le specifiche tecniche, ma soprattutto l'utilizzo di subappaltatori e lavoratori di oltre 50 nazionalità ha reso la comunicazione e la supervisione estremamente complesse. La Finlandia ha adottato diverse tecnologie e fornitori nucleari, perché due dei suoi reattori operativi sono costruiti da appaltatori russi e altri dal governo francese. Fortum il proprietario-gestore della centrale nucleare di Loviisa nel 2022 ha presentato al governo una domanda di rinnovo della licenza er ottenere il permesso di far funzionare le due unità fino alla fine del 2050 un prolungamento eccezionale di 70 anni di vita operativa. 

EPR Nuclear Power Plant, la centrale di Olkiluoto in Finlandia Foto Framatone

REGNO UNITO. Ha 9 reattori operativi e 36 unità sono state chiuse definitivamente compresi tutti i 26 reattori Magnox, 2 autofertilizzanti veloci, 1 piccola unità a Sellafield e 5 reattori a gas avanzati (AGR), e infine ha 2 reattori in costruzione dal 2019 e 2020 di cui uno a Bradwell su progetto cinese Hualong One. Le centrali nucleari nel 2021 hanno generato 42 TWh, rappresentando il 14,8% dell'elettricità del Paese ma negli ultimi decenni il mix elettrico nel Regno Unito è cambiato con un rapido aumento dell’uso di energia rinnovabile che nel 2021 arrivava al 39,6% e la contemporanea scomparsa del carbone a quota 2,1% con il declino progressivo dell’uso del nucleare dovuto anche all'età avanzata della flotta oggi di 37 anni. I britannici hanno fissato uno degli obiettivi di emissioni di gas serra più ambiziosi al mondo, impegnandosi a una riduzione del 68% entro il 2030 e si sono inoltre impegnati a un settore energetico a emissioni zero di carbonio entro il 2035.

Nonostante con la Brexit il Regno Unito abbia lasciato il mercato interno dell'energia dell'UE il commercio per elettricità continua con gli Stati membri dell'UE attraverso l'entrata in funzione di nuovi interconnettori. Nel 2021 è stato realizzato un nuovo collegamento con la Norvegia, il North Sea Link, un cavo da 1,4 GW ~720 km, che fa seguito ai nuovi interconnettori verso la Francia nel 2020 e verso il Belgio nel 2019. In totale, ora ci sono 7 cavi con una capacità totale di 7,4 GW, e mentre questi consentono il flusso di energia in entrambe le direzioni, il mercato britannico è sempre più un importatore netto: 24 TWh nel 2021, ma può variare a causa della bassa produzione o delle interruzioni per esempio della Francia.

LE ECONOMIE EMERGENTI ASIATICHE

INDIA. Ha 19 reattori operativi, con una capacità di generazione netta totale di 6,3 GW, l'energia nucleare ha contribuito per 39,8 TWh netti di elettricità nel 2021 e rappresenta il 3,2% della produzione totale di energia del Paese. Sono in costruzione altri 8 reattori, con una capacità calcolata e combinata di 6,0 GW con previsione di consegna rinviata nel 2024 e 2025 con aumenti di costi rispetto alle previsioni. Questi includono 4 reattori VVER-1000 a Kudankulam, 3 reattori ad acqua pesante pressurizzata (PHWR), di cui 1 a Kakrapar e 2 a Rajasthan e 1 prototipo di reattore autofertilizzante veloce. 

3 reattori Rajasthan-1 e le 3 unità Tarapur-1 Tarapur-2, tra l'altro considerati i 2 reattori più antichi del mondo e Madras-1 rientrano nella categoria dell'abbandono a lungo termine perché non hanno generato più generato elettricità e 1 reattore risulta chiuso definitivamente. Degli 8 progetti di reattori in costruzione di cui 4 di progettazione russa, tutti sono in grave ritardo di consegna e il governo indiano ha annunciato un probabile ulteriore ritardo per la consegna dei 4 in costruzione a Kudankulam perché i componenti e le apparecchiature da importare dall'Ucraina e dalla Russia a casusa della guerra potrebbero subire ritardi a causa delle difficoltà logistiche e problemi di trasporto marittimo. Forte la spinta indiana delle energie rinnovabili, secondo l'Agenzia internazionale per le energie rinnovabili (IRENA), la capacità installata di tutte le fonti energetiche rinnovabili è arrivata a 147,1 GW nel 2021, di cui l'energia eolica e quella solare contribuiscono rispettivamente con 40 GW e 49,7 GW.

La centrale nucleare di Rajasthan a Kota in India

Fonte: World Nuclear Industry Status Report | 2022. @brunapisano_visual; elaborazione infograficapisano ©RIPRODUZIONE RISERVATA

Un mondo diviso tra molto ricchi e molto poveri

Il più ricco al mondo ha più di 415 volte il PIL pro capite del più povero, questa è la prima cosa che salta agli occhi analizzando i dati del FMI che fotografano la ricchezza e la povertà del nostro tempo. Per arrivare a questo dato sulla disuguaglianza così marcata, si devono analizzare i sistemi di calcolo del PIL pro capite di ogni Paese. Tra i diversi modi per misurare l'attività economica e la ricchezza di un Paese e per poterne valutare gli effetti numeri alla mano, sono indicativi i dati e le proiezioni del PIL pro capite dell'International Monetary Fund (Fondo Monetario Internazionale-FMI) che forniscono una visione abbastanza realistica della ricchezza e della povertà nel mondo contemporaneo. 

RICCHI E POVERI GLOBALI. Tutti i dati 2023 dei Paesi più ricchi e quelli più poveri. Elaborazione: infograficapisano©RIPRODUZIONE RISERVATA

LA RICCHEZZA DI UN PAESE. Sinteticamente il PIL pro capite rappresenta il valore dei prodotti finiti e dei servizi di un Paese calcolato in un anno e diviso sulla popolazione media. È un dato di riferimento di base per misurare le economie e le politiche di un Paese, anche se non tiene conto delle variazioni del costo della vita e del potere di acquisto con cui l'economia reale invece deve fare i conti tutti i giorni.

Come rappresentato nel grafico, considerato un tempo dal 1980 ad oggi, ogni anno il PIL pro capite mondiale è in continua salita. Fa un balzo di dieci anni dopo il 2000 e da allora continua a crescere e la previsione per l’anno in corso sarà di $13.440 rispetto a $12.880 del 2022 e $11.050 del 2020 e con una stima di crescita al 2028 a $16.380. 

IL PRIMO E L'ULTIMO. Con questi dati e queste proiezioni il Lussemburgo, che è con circa 640 mila abitanti uno dei più piccoli paesi dell’Unione Europea, con $132mila a persona risulta essere in cima alla classifica dei paesi più ricchi del globo. Con un recente passato di produzione di acciaio, su cui fondavano il loro benessere, oggi i lussemburghesi vivono grazie al settore dei prodotti finanziari da cui traggono tutta la loro economia e l’attuale ricchezza. Mentre oggi il cittadino più povero al mondo vive con $249 nell’Africa Centrale nel Burundi, il più piccolo Paese per dimensione del continente ma con una densità di 13 milioni di persone e da questi due dati del più ricco e del più povero che si ricava la differenza abissale di 415 volte.

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I PIÙ RICCHI DEL GLOBO. Nella conta dei ricchi a sorpresa l’Irlanda che guadagna il secondo posto come più ricco con $115.000 a irlandese, grazie soprattutto all’ambiente altamente favorevole alla fiscalità delle imprese, soprattutto straniere, attraverso una politica di abbattimento delle aliquote d’imposta sulle società unita anche ad una forza lavoro molto professionale che attrae investimenti diretti esteri e questo ha provocato un significativo aumento del PIL negli ultimi anni. Terzo posto per la Norvegia con oltre $100.000 a norvegese grazie all’aumento del PIL dovuto al boom di vendita di gas ai Paesi UE a seguito del conflitto in Ucraina. 

LA CORNUCOPIA EUROPEA. Nella classifica dei 25 Paesi più ricchi la maggior parte si trova in Europa. Si comprende anche la grande corsa mondiale ad accaparrasi il mercato europeo visto che il PIL pro capite dell'area è di circa $34.000. L’area del Nord America e quella Australia e Nuova Zelanda si contendono il primo posto come zona geografica più ricca, con una continua fluttuazione di dati. Ad aprile 2023 per esempio Australia e Nuova Zelanda risultano essere al primo posto con $62.320 contro il Nord America a $60.310. Poi ci sono due Paesi arabi Qatar $83.390 e gli Emirati Arabi Uniti $49.450; tre gli asiatici Singapore, Hong Kong e Macao dagli $83.390 ai $49.830; Israele con $55.540 di ricchezza e infine San Marino il microstato nel territorio italiano con $52.950 pro capite.

I PIÙ POVERI DEL MONDO. Nel Sud del mondo invece soprattutto nel continente africano si concentrano la maggior parte dei paesi più poveri. Ci sono ben 123 paesi il cui PIL pro capite è al di sotto della media globale e il numero è in continua crescita. Se il PIL mondiale nominale pro capite delle economie avanzate è in crescita al 2028 di $16.380, quello relativo ai mercati emergenti e le economie in via di sviluppo si ferma a una crescita di $8.680.

L’area africana del Subsahara è la più povera della Terra con un PIL di soli $1.820. Il Burundi come abbiamo già visto è il più povero con $249, piccolo Paese con una storia complessa di colonizzazione e dominazione straniera come molti altri Stati africani. Fu colonia della Germania, poi del Belgio fino all’indipendenza ottenuta nel 1962. Negli ultimi 50 anni ha lottato contro conflitti civili ricorrenti e alti livelli di corruzione alla ricerca di un equilibrio e di una stabilità politica attraverso recenti riforme economiche. Al secondo e al terzo posto la Sierra Leone sulla Costa Atlantica e il Sud Sudan travolto dalla povertà e dall’avanzata del jihadismo ma rispetto al Burundi entrambi con più di $200 in più. Nella classifica dei 25 Paesi più poveri 23 sono in Africa, tranne 3 che sono lo Yemen nella Penisola Arabica con $573, il Myanmar Paese del Sudest asiatico con $1.180 e il Tagikistan l’ex Repubblica sovietica nel cuore dell'Asia centrale con $1.280.

Nel Burundi il piccolo Stato del centro Africa si concentra la massima povertà
Questi dati che concentrano la grande povertà in termini di potere di acquisto e di sofferenza economica del continente africano in contrasto con l’immensa ricchezza di quasi tutti gli Stati africani in termini di materie prime e risorse di valore incalcolabile, indicano che i potenziali impatti traumatici della colonizzazione, e successivamente la globalizzazione sfrenata con la corsa di imprese e Paesi stranieri all’accaparramento delle ricchezze degli africani, continuano ad avere implicazioni di lunga durata sulla maggior parte delle economie dell'Africa di oggi.

Nota sui dati: il set di dati dell'FMI non include dati per tutti i paesi e quelli con dati mancanti per il 2023 non sono stati inclusi in questa visualizzazione. Alcuni dei paesi non inclusi sono: Afghanistan, Bermuda, Cuba, Monaco, Pakistan, Sri Lanka, Siria. Per un elenco completo dei paesi non inclusi, fare riferimento al sito dell'FMI. Inoltre, il set di dati sul PIL pro capite si aggiorna spesso in base alle fluttuazioni dei tassi di cambio, il che può portare a lievi differenze nelle cifre al momento della pubblicazione.

@brunapisano_visual. Elaborazione Infograficapisano©RIPRODUZIONE RISERVATA

Tutte le rotte che portano all'Italia e all'Unione Europea

Conosciamo bene i fattori che provocano la grande fuga dei migranti alla ricerca di una vita migliore. I conflitti armati, il terrorismo, le instabilità politiche, la crescita demografica, la carenza di risorse alimentari a causa della guerra in Ucraina, e alcune aree del mondo soggette più di altre a variazioni climatiche, sono tutte insieme le principali ragioni che spingono a partire intere generazioni. Anche il 2022, secondo i dati forniti dall'Intelligence del governo italiano nella Relazione Annuale 2022 Sulla politica dell'informazione per la sicurezza, la pressione dell'immigrazione irregolare soprattutto verso l'Italia e l'Europa ha registrato alti numeri soprattutto dall'Asia, dal Medio Oriente e dall'Africa, con un aumento notevole dei flussi rispetto al 2021 con il boom di arrivi di egiziani dall'Africa e di bangladesi dall'Asia.

LA GRANDE FUGA. Tutte le rotte e i numeri. Infografica Bruna Pisano©RIPRODUZIONE RISERVATA
IL MEDITERRANEO CENTRALE
La rotta del Mediterraneo centrale verso l'Italia è percorsa da flussi che nascono in Libia e in Tunisia ed è la principale rotta usata dai migranti irregolari. Dalla Libia partono soprattutto da Zuwarah, Az Zawiyah e Sabratah aiutati da strutturate bande criminali, spesso attivi nel settore ittico, che offrono il servizio della traversata con barche. Forte la presenza di migranti egiziani che confermano il rapporto stretto tra i gruppi di trafficanti libici ad Az Zuwarah con egiziani e tunisini attivi a Sfax, infatti la prima nazionalità dichiarata all'ingresso in Italia è proprio egiziana che in un anno è triplicata.

Dalla Tunisia, secondo Paese di partenza dopo l'Egitto, nonché seconda nazionalità dichiarata allo sbarco in Italia, il volume migratorio è aumentato del 60% rispetto al 2021, con un aumento delle partenze proprio dei tunisini a dispetto dei sub-sahariani presenti nel paese e in attesa da più tempo. Nel 2022 l’Intelligence ha individuato sodalizi criminali tra cittadini tunisini e italiani coinvolti in altri traffici illeciti tra cui anche l’immigrazione irregolare. I flussi verso la Tunisia provengono dall'Algeria e dal Sud-Est della Libia e le barche usate, vista la breve distanza di mare, sono più piccole e veloci e spesso approdano sulle coste italiane senza controllo, i famosi sbarchi fantasma.

Dalla Libia con scafi di fortuna nel 2022 sono partiti 53.119 migranti


Campo profughi di Goma R. Democratica del Congo. Foto Alexis Huguet/Getty Images
IL MEDITERRANEO ORIENTALE
La rotta del Mediterraneo orientale viene percorsa con barche a vela o da diporto vista la distanza e le difficoltà di navigazione, e ha come punto di approdo la Calabria, la Puglia e la Sicila. Seconda rotta per quantità di migranti irregolari, ha come base di partenza la Turchia, paese con uno dei più grandi bacini di migranti e rifugiati insieme alla Siria e anche il Libano paese che dal 2022 viene considerato un nuovo punto di partenze verso l'Europa. Le organizzazioni criminali in loco sono riconducibili ai curdi e ai pakistani che hanno riferimenti nei loro Paesi di origine e attraverso vari canali social organizzano i viaggi.

LA ROTTA BALCANICA
La rotta balcanica terrestre considerata la terza via che porta al confine italiano e sloveno migranti irregolari soprattutto dall'Asia e Medio Oriente come pakistani, bangladesi, afghani, indiani, nepalesi e in numero minore di origine nord-africana. Considerata una rotta "libera" percorsa dai migranti in autonomia senza il necessario riferimento a gruppi e organizzazioni criminali. Il percorso passa attraverso la Serbia e la Bosnia Erzegovina, che sono i principali snodi, e la presenza sul territorio di trafficanti originari dei Paesi di partenza dei migranti irregolari, in questo caso per esempio i migranti del Bangladesh raddoppiati rispetto al numero del 2022, ha creato una certa economia locale soprattutto a vantaggio degli abitanti locali più poveri. 

I SALVATAGGI IN MARE
Le attività di soccorso in mare nel Mediterraneo detto SAR, Zone Search & Rescue, nel 2022 ha visto un aumento delle attività Istituzionali come quelle della Guardia di Finanza, la Guardia Costiera, Frontex, e anche l'aumento del soccorso delle navi da parte delle ONG soprattutto attiva nella zona SAR libica. Queste operazioni vengono molto usate sui social dai "facilitatori di immigrazione" come garanzia sul convincimento ulteriore dei "cienti" sulla sicurezza del viaggio e agli scafisti la garanzia di investire su imbarcazioni più piccole e scadenti aumentando così il profitto e causando più facilmente naufragi in alto mare.

Bruna Pisano/Infograficapisano©RIPRODUZIONE RISERVATA







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